Emersione, indebitamento e sviluppo

Scritto da il 25 Maggio 2020

 La crisi economica provocata dal Covid 19 è palese.
Sono sotto gli occhi di tutti i momenti di concitazione e di stress ai cui sono sottoposti gli organi di governo politico nazionale in questa particolare fase storica.
Questo è il momento in cui misureremo le abilità manageriali dei nostri dirigenti.
Dovranno essere davvero bravi a trasformare questa crisi e annesse difficoltà (risorse date) in vantaggi competitivi con le loro decisioni.
L’abilità dovrà essere quella di trasformare questa pesante crisi in una grande opportunità per lo sviluppo del paese.
E’ un dovere morale aiutare oggi le persone in difficoltà così come è giusto non pregiudicare il futuro dei nostri figli.
Ci attendiamo quindi distinte politiche economiche di breve, medio e lungo periodo che facciano leva eventualmente anche su un corposo indebitamento purchè, si affrontino e si debellino i flagelli che da sempre rappresentano una zavorra per il paese:
• una spesa pubblica troppo alta e mal gestita;
• un sistema di PMI mediamente poco competitive;
• un’economia non osservata (sommersa e criminale) stimata complessivamente intorno al 12,1% del PIL.

Pesi che impediscono il decisivo scatto in avanti di una nazione in perenne affanno economico.
E’ quindi auspicabile che l’indebitamento sia utilizzato non solo per immettere liquidità nel sistema a breve ad evitare la contrazione dei consumi ma anche, se non soprattutto, per lavorare al rafforzamento competitivo del sistema impresa Italia.
L’unico moltiplicatore economico in grado di garantire, se opportunamente alimentato, lo sviluppo dei livelli occupazionali.
Per fare questo però necessita una legislazione tendente più ad “accompagnare” (tutoraggio e formazione diretta sul campo) che ad “aiutare” (agevolazioni fiscali e finanziarie) le imprese nei loro percorsi di sviluppo e consolidamento.
L’Italia è una nazione che da decenni spende più di quanto introita e questo la porta ad indebitarsi costantemente per pareggiare il bilancio pagando tassi d’interesse molto più alti rispetto ad altri paesi europei più virtuosi come ad esempio la Germania perché ritenuta poco affidabile nella gestione dei conti pubblici.
Questo è dovuto anche all’incapacità di debellare o quantomeno ridimensionare il fenomeno dell’economia sommersa e criminale che complessivamente vale 211 miliardi di Euro pari al 12,1% del Prodotto Interno Lordo (stima ISTAT riferita all’anno 2017).
Di questi 211 miliardi di euro ben 79 (4,5% del PIL) sono riferibili al mancato versamento degli oneri sociali di circa 3.700.000 lavoranti in nero.
Dovendo pareggiare i costi di gestione (ancora peraltro molto alti) l’amministrazione centrale dello Stato non sa fare altro che aumentare le imposte e l’indebitamento.
Ma aumentare le tasse significa aumentare anche il cosiddetto cuneo fiscale (somma delle imposte dirette, indirette e previdenziali a carico sia del datore di lavoro che del lavoratore) favorendo l’immersione e non l’emersione delle aziende rese poco competitive anche da una diffusa carenza di cultura d’impresa e di manager specifici per le PMI.
Un circolo vizioso che negli anni ha spinto l’Italia sempre più verso un default di sistema e a diventare uno dei fanalini di coda dell’Unione Europea
Ecco perché spaventa e non poco quest’enorme debito che ci avviamo a contrarre e sovrapporre al precedente.

 

Franco Cioffi 


Commenti dei lettori

Lascia una commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I Campi segnati con * sono obbligatori


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.


Current track

Title

Artist