Il Diritto alla Salute al tempo del coronavirus

Scritto da il 5 Aprile 2020

Chi lo ha scritto aveva lo sguardo lungo e i piedi drammaticamente radicati nel proprio tempo. Chi ha scritto l’articolo 32 della costituzione italiana – sanità pubblica: diritto fondamentale – aveva attorno a sé l’orrore delle macerie lasciate dalla seconda guerra mondiale e coltivava una certezza: uno Stato non può dirsi civile se non fornisce cure gratuite agli indigenti. È uno dei pilastri del nostro vivere democratico, ora più che mai punto fermo per milioni di italiani, costretti ad assistere inermi alla guerra contro il corona virus. Bastarono poche righe, allora (primo gennaio 1948, la Costituzione repubblicana è legge), per sbarrare la strada a tentazioni turbocapitalistiche sul modello statunitense, che impongono ad ogni cittadino di affiliarsi a una società di assicurazione, di investire sulla propria pelle – come per un titolo in borsa -, in cambio di cure mediche. Cosa sarebbe accaduto oggi, senza l’articolo 32 della Costituzione? Che scenario avremmo sotto i nostri occhi, se non fosse sempre garantito a tutti – al di là dei limiti oggettivi – un trattamento sanitario “nel rispetto della persona umana”? Oggi benedetto, per anni usurpato, l’articolo 32. Da sempre terra di conquista per clientele, speculatori e politici corrotti, oggi è l’unico scudo che ci sostiene nel saldo quotidiano di morti, contagi e guariti, mentre con amarezza ripetiamo a mente sempre la stessa domanda: quanto guadagna un infermiere? E un virologo? E un ricercatore? E un medico di base?

La Redazione


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