Le donne di Napoli ai tempi del Coronavirus

Scritto da il 30 Marzo 2020

Le donne di Napoli lottano contro il Coronavirus. C’è chi lo fa assistendo i pazienti in ospedale, chi riesce a cucire da sola 200 mascherine da regalare ai sanitari e chi organizza buste di solidarietà per consegnare i viveri. Le loro storie si somigliano perché tutte sacrificano qualcosa di prezioso per fare dei bene agli altri. E’ così per Rossella Di Leva che indossa due tute, tre paia di guanti, i calzari e un copricapo trasparente per cominciare il turno sull’ambulanza del 118. Assiste i pazienti affetti da Coronavirus, perché è un medico rianimatore e con l’esplosione dell’emergenza, ha imparato a comunicare con l’unica cosa umana che le rimane quando è bardata come un palombaro. Usa lo sguardo perché “gli occhi sono l’unico mezzo per far capire ai suoi pazienti che si prenderà cura di loro”. Quando torna a casa, con le lividure sul volto segnato dagli strati delle maschere, non abbraccia più il figlio ma da una stanza gli dice “ti voglio bene” perché chi lavora in trincea, non riesce a mettere da parte la paura di poter contagiare un familiare.

E’ lo stesso per Tina Alfarano che dopo 8 anni da infermiera precaria all’ospedale Cardarelli, ha deciso di offrire la propria esperienza in un reparto Covid. Ha 33 anni e quando si accorge che i pazienti contagiati non parlano per paura di infettarla, i suoi occhi verdi si commuovono e riescono a dare forza a chi non ne ha. Nel suo reparto, come sta accadendo a molti sanitari, non ci sono abbastanza mascherine e quella che indossa è poco più di un velo ma non cede alla paura perché l’amore per il suo lavoro significa “sentirsi utile per chi sta soffrendo”. Anche lei torna a casa con quella preoccupazione che non svanisce con i lavaggi e le disinfezioni quotidiane. Da quando lavora nel reparto Covid, Tina mantiene le distanze dal suo compagno e per proteggere il loro amore, non può dormirci a fianco.

Nelle loro storie, paura e coraggio si intrecciano come facce di una stessa medaglia e rendono comprensibile ciò che Laura Vocciante, specializzanda al terzo anno del Policlinico Federiciano, considera una fortuna. “Mi sento privilegiata perché vivo sola e, in questo caso, la distanza e l’isolamento sono un modo per proteggere i mie cari” spiega la giovane donna che ha accettato il reclutamento al Loreto Mare, un presidio convertito totalmente per l’assistenza dei pazienti contagiati. Avrebbe potuto proseguire la specializzazione tra le mura di reparti ospedalieri lontani dall’emergenza ma ha scelto di indossare tuta e casco perché “il bello della professione medica è esserci nel momento del bisogno”. Sono storie che raccontano la grande passione di chi si dedica agli altri e, in tempi di Coronavirus, lo fa persino chiedendo scusa ai propri figli.

E’ accaduto a Loredana Lapia, infermiera del Cotugno che addestra i sanitari per fronteggiare il Covid-19. Lei ha scoperto che la voce “è l’unico mezzo privo di protezioni con cui si può infondere tranquillità e sicurezza nel paziente” ma ha scoperto anche la grande privazione personale che questa emergenza impone a chi si batte sul “fronte”. Nella lettera che ha scritto rivolgendosi ai giovani infermieri che sta formando per assistere i pazienti contagiati, Loredana scrive “ sono una madre che ha chiesto scusa ai suoi tre figli, lasciati a casa al sicuro così come hanno fatto tutti i colleghi”. E scrive ancora. “Sono un’infermiera e una madre che da quando c’è da combattere il Coronavirus, ha tralasciato tutto e tutti per accudire e dedicarsi ad altri figli, i suoi giovani infermieri”.

Così il tempo del Coronavirus, per le donne impegnate sul fronte sanitario, diviene un tempo dove non c’è più distinzione tra il lavoro e la propria vita familiare. Un tempo dove l’impatto dell’emergenza pesa su ciò che si ha di più caro al mondo, anche i figli. E le donne napoletane riempiono questo tempo di forza, coraggio e dedizione non solo tra le corsie ospedaliere. Partenope mostra la sua generosità quotidianamente con Ornella Amen, la casalinga di Ponticelli che cuce le mascherine con le lenzuola del corredo per rifornire gli ospedali dove mancano. La sarta Maria, ai Colli Aminei, che ha dovuto chiudere la bottega ma ha proseguito a confezionare mascherine da regalare agli anziani e a tutti i cittadini che non riescono a procurarsela. La giovane Noemi Marigliano che, a Rione Alto, ha inventato una rete commerciale per garantire la spesa a domicilio per qualsiasi bene di necessità. E ancora tanti nomi e cognomi di donne, riunite in associazioni e comunità che in questi giorni stanno raccogliendo viveri e medicine da distribuire gratuitamente con un solo obiettivo: non lasciare nessuno solo.

 

Melina Chiapparino


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