Napoli accoglie Favino con una pioggia di applausi

Scritto da il 28 Febbraio 2019

Ovazioni per Pierfrancesco Favino al Teatro Bellini di Napoli con una sala gremita di persone per lui che da circa un anno in giro per l’Italia La Notte Poco Prima delle Foreste di Bernard-Marie Koltès, l’autore voce dei ‘reietti’, dei più deboli, drammaticamente attuale di questi tempi. E Favino ha avvertito l’esigenza di portarlo in scena firmandone anche l’adattamento teatrale della regia affidata a Lorenzo Gioielli.

Dal Teatro al palco di Sanremo

La storia di quel uomo senza nome, uno straniero, un estraneo, un diverso che ha tentato in tutti i modi di diventare un eguale, ferma nella pioggia un ragazzo diventa tutt’uno con Favino arriva a cuore che scatena in chi l’osserva un tourbillon di sensazioni, di rabbia per l’impotenza. Una mission che Favino è riuscito a commuovere anche il palco dell’Ariston l’ultima serata del Festival di Sanremo che l’anno scorso l’ha consacrato come grande mattatore vincendo forse una sfida portando nel regno della canzone quel dolore che di un uomo che come tanti è vittime dell’odio.

Da quel momento il successo del controverso testo di Koltès da spettacolo di successo diventa atteso evento teatrale da sold out.

Favino tra l’essere Tommaso Buscetta e la voce di Koltès

Favino si divide, così, tra i set di film che mettono in luce il suo talento da camaleonte come A Casa Tutti Bene, I Moschettieri del Re in cui crea un surreale e un po’ tonto D’Artagnan e quello in Brasile in cui per Marco Bellocchio veste i panni di Tommaso Buscetta per poi prendere pausa ed energia sui palcoscenici emozionando gli spettatori come quelli del Bellini per questa vicenda che tocca le radici di come ci si sente a essere stranieri. Abbordare un nuovo e giovane amico sotto la pioggia che diventa lo strumento in cui esplode quell’angoscia per quello status di diversità imposto dagli altri e del quale cerca di liberarsi.

Avere in cuore una ragazza notturna. Amare le puttane matte. Distinguere il “nervosismo” dei macrò usciti dalle gonne di mamma. Farsi un’idea di qualcuno solo se te lo scopi. E però poi filarsela, senza discorsi. Denunciare la divisione in zone di lavoro settimanale, in zone per le moto, o per rimorchiare, o per le donne, o per gli uomini, o per i froci, e avvilirsi per zone della tristezza, della chiacchiera, dei venerdì sera, sono questi i punti che tra lacrime e applausi hanno conquistato il pubblico e che sarà in scena a Napoli fino al 4 marzo.

<< Mi appartiene, anche se ancora non so bene il perché. È uno straniero che parla in queste pagine. Non sono io, la sua vita non è la mia eppure mi perdo nelle sue parole e mi ci ritrovo come se lo fosse. >> spiega Favino che per questo ruolo ha vinto lo scorso settembre il premio Le Maschere del Teatro <<Il suo racconto mi porta in strade che non ho camminato, in luoghi che non ho visitato. Come un prestigiatore fa comparire storie di donne, di angeli incontrati per caso, di violenze e di paura di ciò che non conosciamo>>.

L’intelaiatura di quest’opera è un paradigma straordinario, un testo fluentissimo e irto nella sua prosa vertiginosa, aliena da punteggiatura ferma, tutta pervasa di anacoluti e biasimi come un romanzo-pamphlet di Céline.

I temi assoluti di questo autore prematuramente scomparso a quarant’anni affiorano in una comunicazione per voce solista, un poema teatralissimo che sconta i problemi dell’identità, della moralità, dell’isolamento, dell’amore non facile. Forse è per questo che ha come imperativo categorico per la messa in scena del monologo è l’assoluta comprensibilità per il pubblico. Non solo da un punto di vista logico ma per un più completo riconoscimento emotivo dell’evento a cui si assiste, in cui si fa molta attenzione a tener ben lontani sconsigliati cinismo e individualismo, in quanto fattori inquinanti e ingannatori.


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