Oscar 2019: Diversità, interrazzialità e musica trionfano

Scritto da il 25 Febbraio 2019

Gli Oscar in musica. Gli Oscar interrazziali contro ogni muro e barriera. Così sarà ricordata la 91esima edizione dell’Academy Awards che si è svolta questa notte al Dolby Theatre che passerà alla storia come la cerimonia in cui sono stati premiati il maggior numero di afroamericani, di americani di prima generazione e di immigranti, ma è anche l’edizione in cui la musica è stata protagonista assoluta come ha dimostrato anche l’apertura dello show in rock con la chitarra di Brian May e Roger Taylor alla batteria accompagnati da Adam Lambert infiammando la platea con We Will Rock You e We Are The Champions ( chi può dimenticare le celebrities in piedi che cantavano e battevano le mani, da Amy Adams a Glenn Close, da Lady Gaga a Bradley Cooper). Del resto Bohemian Rhapsody è stato uno dei successi dell’anno: lo si può idolatrare o lo si può odiare ma di fatto tutti l’hanno visto riportando nelle sale cinematografiche anche chi non ci metteva piede da anni. Sopravvalutato o meno di fatto il film di Brian Singer si gioca il tutto e per tutto negli ultimi 30 minuti del film con quella ricostruzione perfetta in ogni dettaglio del LIVE AID facendo esplodere il suo protagonista Rami Malek. Ed è cavalcando quell’onda emotiva che su 5 nomination conquista quattro statuette tre tecniche (montaggio, suono e montaggio del suono) e poi quella più importante per il miglior attore protagonista a Malek, lui che sulle prime sembra avere poca somiglianza con Freddie Mercury ma che per arcane ragioni man mano che il film va avanti diventa sempre più simile a lui. Di genitori egiziani immigrati in USA, Malek è il primo statunitense di prima generazione della sua famiglia e stravince, lasciando al varco candidati come Christian Bale gigantesco in Vice e Viggo Mortensen strepitoso in Green Book, interpretando un personaggio complesso e, forse a suo tempo, considerato controverso come Mercury nato da una famiglia di immigrati come lui.

Sua Maestà Lady Gaga

Quest’anno se su otto pellicole che si sono contesi la statuetta per il miglior film in tre la musica è fil rouge è anche perché Lady Gaga è stata la regina della serata protagonista di A Star is born diretto e interpretato da Bradley Cooper con la sua doppia candidatura come attrice e protagonista e come autrice per la miglior canzone Shallow. Elegante con un abito total black di Alexander McQueen e una pettinatura che ricorda Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, Lady Gaga è al centro con lo stesso Cooper di una delle perfomance più attese della serata per l’esibizione più d’effetto e da brividi (anche se studiata a tavolino se si aggiungono poi i rumors sempre meno realistici degli ultimi giorni che vorrebbero la rottura del fidanzamento con il suo manager a causa del suo partner cinematografico e regista Cooper). Tra occhiate sornioni e sorrisi complici Lady Gaga stravince nella categoria best original song per il film che racconta la storia d’amore tra una talentuosa cantante e il suo mentore musicista alla fine della sua carriera ispirata al film degli anni ‘50 con Judy Garland: << Voi che siete seduti sul vostro divano, è stato il frutto di un grande lavoro. Ho lavorato tanto e per così tanto tempo, non è questione di vincere ma se hai un sogno combatti per realizzarlo, non importa quante volte verrai rifiutata devi andare avanti>> dichiara emozionata stringendo il suo Oscar insieme ai suoi coautori della canzone Shallow.

Jazz, amicizia e antirazzismo per il Miglior Film

Musica, musica, musica è al centro anche del vincitore del Miglior film Green Book di Peter Farrelly storia sull’amicizia di un virtuoso del pianoforte l’afroamericano dottor Don Shirley e il suo factotum italoamericano Tony Vallelonga (padre dello sceneggiatore del film Nick Vallelonga che si porta a casa l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale). Tra jazz, cibo e un viaggio attraverso gli Stati del Sud nell’America degli anni ’60 Green Book è una buddy comedy (ossia una commedia sull’amicizia) su due uomini che non potrebbero essere più diversi interpretati da Mortensen nei panni di Tony “Lip” Vallelonga e il dottor Shirley impersonato da Mahershala Ali che conquista il suo secondo Oscar da non protagonista diventando il secondo attore afroamericano a fare la doppietta dopo Denzel Washington.

Green Book con i suoi tre Oscar sintetizza lo spirito degli Academy del 2019 che si snoda su dei punti nevralgici la musica, i biopic (la maggior parte dei film presenti nelle varie categorie sono biografie o storie ispirati alla realtà o fatti storici basti pensare a Vice sul vice presidente di George W. Bush; La Favorita che su 10 nomination si porta a casa la meritata vittoria per la miglior interpretazione femminile dell’inglese Olivia Colman per la sua capricciosa, inetta e disturbante Anna Stuart; oppure al miglior film straniero Roma di Alfonso Cuaròn miglior regista che da solo fa tripleta).

Black Power agli Oscar

Soprattutto questi sono anche gli Oscar delle diversità in cui trionfa il black power con i tre Oscar al film targato Marvel, Black Panther sui reali africani in cui migliori costumi e scenografia vanno alle afro Ruth Carter e Hannah Beachler. E ancora, il bel corto animato della Pixar, Bao, firmato da anche da una regista cinoamericana (le vincitrici sono Domee Shi e Becky Neiman). Il colorito team al femminile del miglior corto documentaristico “Period, end of sentence” sul tabù delle mestruazioni nell’ India rurale co-firmato da una regista di origine iraniana. Poi c’è la bellissima Regina King miglior attrice non protagonista per Se La Strada potesse parlare. Tra tante donne c’è anche il primo regista afroamericano in un film animato che vince un Oscar, Peter Ramsey per Spider-man: un nuovo universo e poi ecco che compare lui, la vera sorpresa insieme alla Colman degli Oscar 2019, Spike Lee che dopo 5 nomination finalmente vince per la miglior sceneggiatura non originale per BlackKklansman. Approda sul palco in viola saltando in braccio a Samuel L. Jackson e nel suo discorso non mancano riferimenti alla politica citando anche un suo film: << Mia nonna che ha fatto ogni tipo di sacrificio, risparmiato per cinquant’anni per mettere il suo primo nipote, mi chiamava Spikie-poo, al college e alla N.Y.U.  Prima del mondo stasera voglio ringraziare i nostri antenati che hanno costruito questo paese. Le elezioni presidenziali 2020 sono dietro l’angolo. Mobilitiamoci tutti. Siamo tutti sulla parte giusta della storia. Fai la scelta morale tra l’amore e l’odio. Facciamo la cosa giusta>>.

Perché ricordare gli Oscar del 2019?

Come sempre croce e delizia non mancano tra plausi e piogge di critiche.  Ci sono i commenti sull’outfit più glamour (tante donne in rosa; mantelle agli abiti, J. Lo in paillettes argento);  il malcontento dei detrattori di Bohemian Rhapsody per l’Oscar a Malek che pare, dai soliti chiacchiericci essere caduto subito dopo aver ritirato l’Oscar rompendosi un dente; le manifestazioni di noia per chi ha sentito la mancanza di un conduttore che quest’anno per la prima volta dopo decenni lo show è stato orfano; le proteste di coloro che hanno trovato scelte politicamente corrette all’insegna di scelte ecumeniche accontentando un po’ i film candidati nelle categorie più importanti (gli otto film candidati a miglior film almeno un premio l’hanno beccato accontentando tutti), il motivo per il quale gli Oscar 2019 ci piacciono è perché è stato bello vedere tante donne, etnie e lingue diverse sul palco unite dall’universalità della musica.

 

 


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