di Ferruccio Fiorito
Il mercato si è chiuso consegnando al campionato un Napoli finalmente liberatosi di ogni zavorra ereditata da quei tornei minori, figli della rinascita di una intera città passata attraverso a un fallimento (anche) sportivo; giocatori utili in quei campetti senza erba, dove contava maggiormente correre e dare calci, ma che nulla più potevano dare nel grande palcoscenico europeo.
Ottimo, dunque, il lavoro in uscita del direttore sportivo Bigon che prima ha fatto cassa e subito dopo ha reinvestito (riuscendo anche a conservare un po’ di soldini) in calciatori di qualità provenienti (non tutti) da una stagione di grande appannamento, pertanto, da un lato senza grandi pretese in termini di ingaggio e di cartellino ma dall’altro scommesse rischiose.
Scommesse da vincere – proprio come gli amanti del lotto che puntano i loro soldi in cerca di un improbabile ambo – per continuare con quel progetto di crescita che ad oggi ha portato il Napoli ad entrare in punta di piedi nel tempio del calcio europeo, a giocarsi la qualificazione al turno successivo di Europa-league.
Un discorso a parte merita la vicenda Quagliarella, ancora oscura in molti dei suoi aspetti e troppo giovane come “ferita”, per riuscire a metabolizzarne gli effetti.
A Napoli da subito i tifosi lo avevano insignito del titolo di principe designato, felici di avere nuovamente un campione nato all’ombra del Vesuvio di cui potersi fregiare.
Inspiegabile, quindi, è apparsa la sua scelta di voltare le spalle e scappare via, dentro la nebbia di Torino, verso quella Juve oggetto di grandi rifiuti; ma non il suo.
Peccato davvero.
Finisce così un grande amore, con una tifoseria pazza del suo principe designato che in un giorno di fine estate, ha deciso di abdicare in cambio di un ricco contratto da operaio specializzato.



